Elena Colombo nacque a Torino il 5 giugno del 1933, figlia di Alessandro e Wanda Debora Foà. Elena visse con la famiglia in corso Orbassano 15 e successivamente in via Piazzi 3 dove la famiglia aveva un’azienda d’imballaggi per dolciumi. Elena presumibilmente frequentò la scuola ebraica torinese in via Sant’Anselmo 7, avendo compiuto 6 anni nel giugno del 1939. Dalle testimonianze della famiglia Rondolino sappiamo che suonava e presumibilmente studiava il pianoforte insieme al cugino più grande di un anno, Gianni Rondolino.
Dopo la pubblicazione del decreto di Polizia n. 5 emanato il 30 novembre 1943 dalla RSI, che prevedeva che da quel momento “tutti gli ebrei dovevano essere inviati in campi di concentramento speciale”, prima di nascondersi a Forno Canavese, il papà Alessandro affidò la figlia all’Istituto Charitas, un Asilo di Carità gratuita, la cui prima sede era a due portoni di distanza dal suo appartamento alla Crocetta (corso Orbassano 15). L’Istituto era stato fondato nel 1909 e dal 1942, quando aveva cambiato sede, da corso Orbassano 21 spostandosi in corso Quintino Sella 79, lo dirigevano Luigi e Rita Vinay, presumibilmente valdesi.
Il 25 marzo del 1944 le SS fecero una retata – forse a seguito di delazione – all’Istituto Charitas, che da un anno ospitava anche i bambini e le suore di un asilo bombardato, prendendo Elena. Il 27 marzo fu trasportata presso il campo di transito di Fossoli (MO) dove rimase, sola, fino al 5 aprile. Quel giorno fu organizzato un convoglio (convoglio n. 9 secondo il Libro della Memoria di Liliana Picciotto) al quale furono agganciati altri vagoni a Mantova e Verona. Il trasporto partì il 5 aprile, viaggiando sotto la sigla RSHA, con destinazione Auschwitz, dove arrivò il 10 dello stesso mese. I deportati identificati furono 611; 154 uomini e 80 donne superarono all’arrivo la selezione per il gas. I bambini (nati dopo il 1931) identificati del convoglio furono 33. Solo 51 dei deportati del convoglio n. 19 sopravvissero. Elena, come quasi tutti i bambini, non superò la selezione all’arrivo e fu destinata alle camere a gas mentre suo papà Sandro si trovava forse a qualche centinaio di metri di distanza, oltre i reticolati.