Umberto Valabrega nacque il 16 luglio 1914 in via Ormea n. 15 a Torino da Pacifico Valabrega e Ida Moresco. Di origine ebraica, era fratello di Margherita Valabrega (1903), Elena Valabrega (1905), Evelina Valabrega (1907) e Vittorio Valabrega (1910). Umberto aveva lavorato come fattorino ma nel 1943 era disoccupato e viveva in un modesto appartamento. Consultando il fascicolo relativo alla sorella Evelina Valabrega, redatto dall’EGELI (Ente gestione e liquidazione immobiliare istituito con l’emanazione delle leggi razziali del 1938) che si occupava della gestione e successiva liquidazione dei beni ebraici, è stato possibile comprendere quale fosse la situazione della famiglia nel 1943. Umberto viveva in affitto a Torino in Via Baretti 31 al terzo piano di un appartamento di ringhiera insieme alla madre Ida Moresco, alla sorella Evelina e ai nipoti Pasqua Jachia (1932), Anselmo Jachia (1934), Ercole Jachia (1936) e Ida Jachia (1937). Le vicende inerenti la deportazione di Umberto Valabrega sono strettamente legate a quelle della propria famiglia. Numerose informazioni sono infatti fornite grazie ad una ricerca effettuata da Daniela Levi e Eva Vitali Norsa, i cui risultati sono reperibili all’interno della sezione “Le Vite” nell’ambito del progetto Le case e le cose. Le leggi razziali del 1938 e la proprietà privata. Abbandonata Torino, il 13 dicembre del 1943 la famiglia giunse a Montagnana, in provincia di Padova, andando ad abitare in Via Decima 3. Un documento datato 15 dicembre, redatto dal Podestà di Montagnana e indirizzato alla Prefettura di Padova, rileva la presenza del nucleo famigliare nel comune di Montagnana specificando che “la famiglia di ebrei sfollati da Torino non possiede né beni mobili né immobili e ha finora vissuto dei soccorsi corrisposti dalla Comunità israelitica di Padova”. Arrestato insieme al resto della famiglia tra il 23 e il 24 dicembre 1943 a Montagnana, dalla Guardia Nazionale Repubblicana, venne poi trasferito al campo di Vo’ Vecchio, nella Villa Contarini Giovanelli Venier. La villa, la cui costruzione risalirebbe alla fine del 1550, apparteneva al commerciante Sirio Landini che, nel 1943, la diede in affitto alle suore Elisabettiane di Padova. La stessa villa venne in seguito individuata e, nel dicembre del 43, trasformata in un campo di raccolta destinato per ebrei della provincia di Padova e di Rovigo. Dopo la trasformazione in campo di concentramento, le suore si occuparono della gestione delle cucine mentre l’amministrazione del centro ricadde nella competenza della polizia italiana. Per circa sette mesi la struttura venne quindi utilizzata come campo per poi essere smantellata nel mese di luglio del 1944. Il 17 luglio 1944 le 47 persone presenti nel campo, tra cui Umberto e la sua famiglia, vennero trasferite dai tedeschi a Padova. Un documento della locale Questura, dell’anno 1956, in riferimento agli eventi intercorsi in quella giornata, riferisce che “ufficiali e militari SS tedesche e del Comando Presidio Germanico di Este (Padova), circondarono e invasero il campo di concentramento predetto e imposero al direttore del campo di adunare tutti gli ebrei ivi internati. Quindi, tolti loro gli oggetti di valore e denaro, che furono messi in buste, firmate dagli interessati, i predetti militari li caricarono su autocarri…”. Donne e bambini vennero tradotti al carcere dei Paolotti di Padova mentre gli uomini alla casa di pena di Piazza Castello. Due giorni dopo, Umberto, insieme agli altri prigionieri, venne nuovamente trasferito. Caricati su due camion, vennero condotti alla Risiera di San Sabba. Partito il 31 luglio con un convoglio formato a Trieste, giunse ad Auschwitz il 3 agosto. Il convoglio, sul quale venne caricato, era il n. 33T (secondo la classificazione presente in Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall’Italia (1943-1945) di Liliana Picciotto. Nel libro di Italo Tibaldi Compagni di viaggio. Dall’Italia ai lager nazisti. I “trasporti” dei deportati 1943-45, il trasporto viene indicato con il n. 66. Di questo trasporto non si conosce il numero preciso dei deportati, considerando anche il fatto che ne vennero aggiunti altri durante la sosta fatta a Gorizia. Soltanto 71 nominativi sono stati identificati e solo 7 riuscirono a sopravvivere. L’immatricolazione di Umberto è dubbia così come ignoti restano data e luogo della sua morte. Dei 47 ebrei che si trovavano all’interno del campo di Vo’ Vecchio, soltanto tre sopravvissero alla deportazione.