Luigi Ottino (1924 – 1945)
Luigi Ottino (1924 – 1945)
Via Giuseppe Verdi, 10

Luigi Ottino nacque il 22 dicembre del 1924 a Torino dove viveva con i genitori Giovanni e Angela, il fratello minore Franco e Giuseppe di solo un anno più grande. La famiglia negli anni quaranta risiedeva in via Verdi 10 e, in effetti, fu proprio a casa sua che Luigi venne arrestato da squadre nazifasciste dinanzi alla propria famiglia, alle 21.40 del 9 gennaio 1944. I motivi che ne avevano causato l’arresto, sono da ricercare nella sua attività da partigiano iniziata pochi mesi prima del suo arresto. Dopo l’armistizio dell’8 settembre Luigi, che non aveva ancora compiuto 19 anni, decise di aderire alla Resistenza. Con il nome di battaglia “Gigi, a partire dal 2 ottobre 1943 aveva iniziato ad operare all’interno della 1* Divisione Garibaldi, 4° Brigata Garibaldi. A seguito dell’arresto venne condotto al carcere Le Nuove di Torino dove rimase fino al 13 marzo 1944, giorno in cui iniziò la sua deportazione verso il campo di concentramento di Mauthausen. Tuttavia, coloro che erano partiti da Torino giorno 13, 270 deportati accertati, effettuarono inizialmente una sosta a Bergamo e solo qualche giorno più tardi, il 17, il convoglio 34 (secondo la numerazione Tibaldi) partì verso Mauthausen dove arrivò il 20. Al momento della registrazione Luigi fu classificato come Schutz e gli fu assegnato il numero di matricola 59024. Appena quattro giorni dopo il suo arrivo venne inviato al sottocampo di Gusen dove rimase diversi mesi. Dalla documentazione pervenuta, inoltre, sappiamo che durante la sua permanenza a Gusen, il 3 agosto, Luigi venne trasferito all’infermeria. Diversi mesi più tardi, il 13 marzo del 1945 venne registrato un ulteriore spostamento. Luigi fu trasferito a Mauthausen e, qualche giorno dopo, il 16, al Revier dello stesso lager. Queste sono infatti le ultime informazioni documentate della presenza di Luigi all’interno del campo. Dopo la guerra la famiglia iniziò le ricerche per ottenere maggiori informazioni sul destino toccato al proprio congiunto. Alcune corrispondenze con la Croce Rossa Internazionale, risalenti al periodo postbellico, riportano che Luigi venne visto ancora in vita alla fine dell’aprile 1945. Tuttavia, nessun documento, fino ad oggi, può affermare con sicurezza questa informazione. Proprio per questo motivo, sia la data che le circostanze della morte rimangono ad oggi ignote.

Mesi dopo la fine della guerra i genitori di Luigi non poterono, quindi, che constatare che il figlio non avrebbe più fatto ritorno a casa propria. Nei giorni a cui risale quella che in seguito si sarebbe rivelata l’ultima presenza documentata di Luigi nel lager di Mauthausen, un’ulteriore tragedia colpì la famiglia. Anche il fratello, Giuseppe, nato a Torino il 17 luglio 1923, durante la guerra aveva aderito alla Resistenza. Con il nome di battaglia “Beppe” aveva fatto parte della 2° Divisione Garibaldi ma il 15 marzo del 1945 fu ucciso da un gruppo di fascisti repubblichini della divisione “Monte Rosa” nella piazza di Coassolo Torinese. Dopo la guerra presso la Corte d’Assise di Torino, si svolse un processo che vide come imputati Giovanni Battista Comba e Annibale Comba detto “Sisto”. Entrambi erano accusati di diversi reati, si trattava di crimini compiuti dopo l’armistizio dell’8 settembre. Tra i più gravi, vi era quello di aver favorito le operazione dell’occupante tedesco collaborando in qualità di appartenenti alla GNR con operazioni dirette a stroncare il movimento di resistenza nazionale, attraverso la pratica di delazioni, torture e omicidi. Il processo, in parte, riuscì a fornire alcuni dettagli sull’arresto di Luigi. In particolare, l’imputato Annibale Comba venne accusato di aver segnalato diversi partigiani e di averne causato l’arresto, gli interrogatori e le torture. Dalle carte processuali si evince, infatti, che Luigi fu vittima di delazione. Denunciato, era stato arrestato e, in seguito, deportato. Durante i diversi dibattimenti processuali entrambi gli imputati risultavano essere latitanti così come nel momento del verdetto in cui vennero condannati in contumacia. Alla fine del processo, tuttavia, per gran parte dei reati legati al collaborazionismo con l’occupante tedesco, la Corte ritenne che fosse possibile applicare l’amnistia del DP 22.06.1946 n. 4.