Evelina Valabrega nacque a Torino il 17 marzo 1907 da Pacifico Valabrega e Ida Moresco. Sposata con Salvatore Jachia, perse il marito a causa di un attacco cardiaco il 13 febbraio 1942. Di origine ebraica, viveva a Torino in via Baretti 31 al 3° piano, in affitto, con i quattro figli, Pasqua Jachia (1932), Anselmo Jachia (1934), Ercole Jachia (1936), Ida Jachia (1937), il fratello Umberto Valabrega (1914) e la mamma Ida Moresco (1877). Di professione casalinga, aveva lavorato come cameriera a ore. Preziose informazioni inerenti la vicenda di deportazione della famiglia Valabrega-Jachia, di seguito riportate, provengono dalla sezione “Le Vite” nell’ambito del progetto Le case e le cose. Le leggi razziali del 1938 e la proprietà privata, a cura di Daniela Levi e Eva Vitali Norsa.
Evelina abbandonò Torino e giunse a Montagnana, in provincia di Padova, il 13 dicembre 1943, insieme ai figli, alla mamma ed al fratello; la famiglia si stabilì in via Decima 3. Il 20 dicembre 1943 la questura di Padova venne informata della presenza della famiglia Valabrega-Jachia in Montagnana dalla legione territoriale dei carabinieri. Nella notte tra il 23 e il 24 dicembre 1943 la Guardia Nazionale Repubblicana arrestò l’intero nucleo familiare i cui componenti vennero trasferiti a Vo’ Vecchio nella Villa Contarini Giovanelli Venier, un edificio settecentesco sequestrato dalla Repubblica Sociale Italiana e trasformato in campo di concentramento per le province di Padova e Rovigo per rispondere all’ordinanza n.5 del 30 novembre 1943. La villa era di proprietà del commerciante Sirio Landini, il quale l’aveva concessa in affitto alle suore elisabettine; queste durante la conversione a campo di concentramento ne gestirono le cucine, mentre la direzione venne affidata alla polizia italiana. Il luogo, utilizzato come campo per sette mesi, venne smantellato nel luglio del 1944 e, il 17 dello stesso mese, i 47 presenti vennero trasferiti dai tedeschi a Padova, dopo essere stati spogliati di tutti i loro preziosi; donne e bambini vennero detenuti presso il carcere dei Paolotti mentre gli uomini presso la casa di pena di piazza Castello. Dopo due giorni i prigionieri furono trasferiti nella Risiera di San Sabba da due camion, uno per le donne e i bambini ed uno per gli uomini.
Il 31 luglio 1944 i prigionieri vennero caricati sul trasporto 33T, secondo la numerazione fornita ne Il libro della memoria. Gli ebrei deportati dall’Italia (1943-1945) di Liliana Picciotto, diretto ad Auschwitz, dove giunse il 3 agosto 1944. Nel libro di Italo Tibaldi Compagni di viaggio. Dall’Italia ai lager nazisti. I “trasporti” dei deportati 1943-45, il trasporto viene indicato con il n.66; risultano identificati 71 deportati, 7 dei quali sopravvissuti al momento della liberazione. Agli uomini vennero assegnati i numeri da A-19952 ad A-19961 e da 190708 a 190713; alle donne i numeri da A-16450 ad A-16456 e da 82910 a 82980. Dei 47 presenti a villa Contarini Giovanelli Venier sopravvissero in 3.
Persistono dubbi sull’immatricolazione di Evelina Valabrega, ella risulta deceduta in luogo ed in data ignoti.